
Turchia e Corea del Nord tra le peggiori, l’Italia 46esima in classifica : ma c’è una buona notizia.
di Giulia Mancini e Erica Fasano
Il 3 maggio è la giornata internazionale della libertà di stampa. Questa ricorrenza istituita dall’Onu nel 1993, ricorda ai governi quanto sia necessario far rispettare l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
COSA DICE L’ARTICOLO 19
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, tale diritto include la libertà di opinone senza interferenze e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere“, recita l’articolo. Ma è davvero così scontato comunicare liberamente nella nostra società?
Ogni giornalista ha il diritto e il dovere di raccontare quello che succede nel suo paese, o nel mondo, senza il rischio di essere minacciato, intimidato, sequestrato, oppure purtroppo anche ucciso.
La facilità con la quale leggiamo e trasmettiamo informazioni ogni giorno ci fa pensare che a tutto questo quasi come fosse normale, ma in molti Paesi del mondo purtroppo ancora non lo è. Per avere un quadro più dettagliato della situazione è stato istituito il rapporto sulla libertà di stampa di RFI (reporter sans frontiers). Osservandolo, notiamo che per esempio non è affatto scontato l’articolo 19 se si parla di Russia : 148 classificata, la Russia ha aumentato ancora di più i controlli sulla stampa cosidetta “indipendente”,ossia finanziata in parte dall’estero, che è obbligata a una rendicontazione fiscale e a dei rapporti dettagliati sulla sua attività.
Utopica ed ancora troppo lontana la concezione di libertà per la Turchia: 155esima, è stata definita “la più grande prigione al mondo di giornalisti”. Difatti, dopo il golpe del 2016, migliaia di giornalisti sono stati incarcerati accusati di essere nemici dello stato. Nessuna ovvietà per quanto riguarda anche la Corea del Nord: ultima in classifica, la 180esima, sul suo territorio sono previsti solo giornali di partito.
Nonostante il coraggio che tutti loro dimostrano nello svolgere il loro lavoro, essi non sono al sicuro.
La maggior parte delle minacce arriva dalla criminalità organizzata, più al centrosud che al nord, ma il fenomeno è purtroppo duffuso in tutto il paese (per esempio giornalisti del nord Italia che si sono occupati di affari della criminalità organizzata al Nord e che sono stati minacciati dalla stessa).
Spesso anche la politica non aiuta, con molti giornalisti che, sentendo la pressione, decidono di non esporsi in prima persona contro politici o personaggi importanti, per paura di querele o denunce.
“Urge un riconoscimento doveroso ai tanti operatori dell’informazione che giornalmente rischiano per cercare e raccontare la verità con le loro inchieste e il loro lavoro”, è il commento di Fava, figlio di Pippo, giornalista ucciso da Cosa nostra nel 1984. E in questi giorni è stato appunto approvato un emendamento dello stesso Fava che sposta 200mila euro previsti in finanziaria per il risanamento dell’Istituto superiore di giornalismo a un fondo per i cronisti che hanno subito minacce e danneggiamenti dalla mafia.
Un enorme passo avanti per la tutela di chi ogni giorno racconta con tenacia e coraggio quanto avviene nel mondo temendo più per il silenzio che per la propria incolumità.






