
“Noi ci siamo stati, ogni maledetto giorno di questi 100 giorni.. Ora vorremmo avere indietro un sorriso, una parola di incoraggiamento”
“Sono una dei dipendenti dell’ipermercato Auchan di Fiumicino Parco Leonardo. Sono davvero pochi coloro che mi chiedono come è stato lavorare durante il lockdown, e rispondere non sempre è facile”. È la testimonianza di Marina Mosci, cassiera che, come altri suoi colleghi, ha continuato a lavorare durante il lockdown: quando andare al supermercato era una delle poche cose consentite dall’emergenza.
I PRIMI GIORNI DEL LOCKDOWN: “UN MONDO NUOVO”
“Quando il Presidente del Consiglio ha decretato la zona rossa – spiega Marina – la cosa ci toccava marginalmente; quando la chiusura si è estesa a tutta Italia, non ci è stato chiesto se preferivamo stare a casa: il nostro lavoro era necessario per approvvigionare centinaia di famiglie di beni di prima necessità e non solo. Ci siamo trovati improvvisamente catapultati in un mondo nuovo, attenti a mantenere le distanze dagli altri, noi con la mascherina, i clienti senza.”
“I primi giorni – continua la donna – sono stati duri. Perché il cliente spesso è strano. Il cliente spesso cerca quasi un contatto fisico con chi si trova a lavorare in un negozio. E in quei primi giorni in cui ci è stato chiesto non solo di evitare qualsiasi contatto fisico, ma di mantenere le distanze, è stato difficile far capire ai clienti come comportarsi.”
LA PAURA
“Molti erano soli; venivano in ipermercato proprio per cercare un volto, due parole, una forma di umanità che li tirasse fuori dalla paura. Come abbiamo fatto a continuare a venire a lavorare? Non pensandoci.“
“Abbiamo finto di essere invulnerabili – spiega – di essere magari già stati contagiati e averla superata senza sintomi e senza traumi. Ben sapendo, nell’inconscio, che non era così. Tornare a casa e togliere le scarpe fuori; spogliarsi e mettere a lavare subito tutto; tenere i capelli raccolti per evitare che entrassero in contatto con qualunque cosa; eliminare orecchini e braccialetti per evitare di portare a casa potenziali germi.”
“Disinfettare. Disinfettare le mani, le braccia, le postazioni di lavoro, il volante della macchina prima di salirci dentro. Ma siamo venuti a lavorare, non solo nascondendo la paura, ma col sorriso.
Perché molte delle persone che entravano a fare la spesa avevano paura di quanto stava accadendo; erano terrorizzate, sbigottite e sgomente dalle notizie che arrivavano dalla tv. E il baluardo alla loro paura eravamo noi.”
GLI INSULTI
“Noi – continua la cassiera – che non potevamo limitarci a sorridere, perché la mascherina copriva il sorriso. Noi che dovevamo sorridere con gli occhi. Noi che dovevamo pazientemente spiegare a ogni cliente come muoversi e cosa non fare.”
“Noi che con la mascherina, con l’aria condizionata calda perché ancora faceva freddo, avevamo caldo, sudavamo e non potevamo toglierla, mentre alcuni ci dicevano che eravamo esagerati, che era tutto un bluff. Che poi, in fondo, credere che fosse un bluff era un modo per esorcizzare la paura, per nasconderla. Un po’ come facevamo noi.”
“Se avessimo pensato ai rischi di lavorare a contatto con persone senza protezione, non avremmo lavorato”
Abbiamo nascosto paure e soffocato emozioni – aggiunge Marina – cercando di dare ai clienti una parvenza di quasi normalità. Nel frattempo ci siamo presi gli insulti di chi alle nuove regole di comportamento proprio non voleva stare. E questo è davvero difficile da mandare giù.”
“Sono passati i giorni, le settimane, aspettavamo un tana libera tutti dal Governo che non arrivava mai, e ci prendevamo le lamentele perché il lievito era finito, la pizza a taglio non c’era, la farina era buona solo per la polenta, non c’erano più le stampanti e le cartucce di inchiostro erano una specie di miraggio.”
“Ma oltre le lamentele e gli insulti anche qualche sorpresa. Improvvisamente non eravamo più trasparenti: buongiorno, per favore, grazie e arrivederci erano finalmente entrati in ipermercato. Abbiamo cominciato a pensare che tutto questo orrore, tutto questo terrore, ci avrebbero portato qualcosa di buono. Che avrebbero migliorato tutti.”
Ma i giorni passavano – incalza la donna – e più passavano senza buone notizie, più gli animi si andavano riscaldando. Trasferimenti interni da un reparto a un altro al momento più strategico per affrontare la grande mole di lavoro ci hanno destabilizzati. Abbiamo visto in ipermercato persone mai viste, che venivano a fare la spesa da noi perché costrette dal momento, e quindi arrabbiate. Vi assicuro che non è affatto piacevole lavorare con e per qualcuno arrabbiato, soprattutto se stai soffocando la tua paura”.
“Ma la paura doveva scontrarsi con i malumori dei clienti, delle regole mal recepite e di quelli che le regole proprio non volevano accettarle.”
“Abbiamo discusso con chi cercava di entrare in due o tre o quattro a fare la spesa – racconta Marina – incuranti del fatto che se loro erano quattro, altri tre erano rimasti fuori in fila, e che le regole dettate dal Governo erano chiare: uno per famiglia. Sono passati tre mesi, in cui abbiamo conosciuto nuovi clienti che hanno saputo apprezzare il nostro lavoro, perché avremmo potuto stare a casa e invece eravamo lì.
E in cui abbiamo conosciuto clienti che hanno continuato, imperterriti, a criticarci, a lamentarsi, a insultarci, alzare la voce ed entrare in blocchi familiari. Ma noi lì, imperterriti per loro, col sorriso.”
DISTANZIAMENTO E MASCHERINE: “SIAMO STANCHI DI RIPETERLO”
Ma, davvero, cominciamo a essere stanchi. Stanchi di ripetere quasi urlando, perché la voce dietro la mascherina è troppo bassa, quelle che sono le regole da rispettare per accedere ai banchi e soprattutto alle casse. Perché – ammonisce la cassiera – è inaccettabile che dopo tre mesi ancora non si sappia che si deve stare dietro la linea gialla e nera; che non si deve sostare davanti la cassa anche se c’è il plexiglass; che si deve scaricare il carrello sul rullo e passare sul lato esterno della cassa per riempire i sacchetti con la spesa, altrimenti siamo troppo vicini; che si deve ancora venire uno per famiglia; che non ci si deve avvicinare a meno di un metro anche se si indossa la mascherina; che la mascherina non va tolta appena entrati, ma deve coprire naso e bocca; che in ortofrutta i guanti puliti, quelli che fornisce il negozio da usare solo lì, sono obbligatori non da tre mesi, ma da almeno venti anni.”
“Cerchiamo di buttarla sullo scherzo, quando la coppia, arrivata in cassa, si separa: Dio vi ha congiunti, non sarò io a disgiungervi, potete stare fuori insieme a recuperare la spesa.”
“Perché in questi mesi ne abbiamo sentite tante. Abbiamo sentito di colleghi deceduti per questo virus. Di colleghi a cui il gentile cliente di turno ha sputato in faccia. E ora di un supermercato costretto a chiudere 5 giorni perché tra cliente e cassiera c’erano solo 80 cm anziché 100. E lavoravamo col sorriso mentre l’azienda ci annunciava la cassa integrazione per crisi aziendale. E stare chiusi per 5 giorni, perché il cliente non rispetta le regole, proprio non ci vuole. Siamo stanchi.“
“Siamo – incalza Marina – stanchi perché non riusciamo a vedere un riscontro ai nostri sacrifici e alle nostre paure. Veniamo a lavorare senza sapere se un lavoro lo avremo ancora, fra qualche mese, e dobbiamo continuare a ripetere, dopo tre mesi, di restare dietro la linea, di tenere su la mascherina, di seguire le indicazioni riportate dalla cartellonistica mentre alcuni gentili clienti ci chiedono perché i banchi si stanno svuotando, a chi finirà il negozio, se avremo ancora lo stesso stipendio; per poi ridere alle nostre risposte, che poi è una sola risposta: non lo sappiamo.”
“Ecco, questo è il punto. Noi ci siamo stati, ogni maledetto giorno di questi 100 giorni; col sorriso; con parole tranquillizzanti; nascondendo la nostra paura; sopportando i logorroici e gli insulti; mettendoci una pazienza che non credevamo di avere nel ripetere come pappagalli le norme di sicurezza; rimproverati se non facevamo rispettare le regole.”
“Ora – conclude la cassiera – vorremmo avere indietro un sorriso, una parola di incoraggiamento; vorremmo vedere che le norme si conoscono e si rispettano. Vorremmo sentire di nuovo quei “buongiorno” “per favore” “grazie” “arrivederci” che dopo le prime settimane sono sparite. Vorremmo sentirci persone oltre i numeri“.






