
di Dario Nottola
In 59 secondi tutto venne giù. Intorno non c’erano più case ed edifici, ma solo polvere e devastazione. Era la sera del 6 maggio 1976: alle 21 una scossa di terremoto di magnitudo 6.5 fece tremare il Friuli provocando ingenti danni e crolli.
Circa mille i morti, 3 mila i feriti. Un ‘Orcolat’ (Orco), come lo definisce in dialetto la gente del posto, che 50 anni fa mise in ginocchio parte della regione.
La sera del 6 maggio 1976 in Friuli faceva un insolito caldo soffocante, era il preambolo di quello che sarebbe avvenuto poco dopo le 21 – ma nessuno poteva sospettarlo – quando la terra tremò e in pochi secondi un mondo intero, una cultura, una comunità crollarono. Qualcuno pensò a un bombardamento, qualcun altro a polveriere saltate in aria, poi le comunicazioni si interruppero, e a dialogare con i ‘presenti sui posti’ furono solo i radioamatori. Fu in quelle conversazioni che si utilizzò quel sostantivo: “Qui è tutto un polverone, si sentono grida in lontananza… non capiamo, forse c’è stato un terremoto”, dissero gli autotrasportatori che passavano per Venzone, Gemona, Osoppo: si era risvegliato l’Orcolat, in dialetto friulano ‘orco’, sinonimo di terremoto.
Fu necessario attendere l’alba per capire le proporzioni del sisma e rendersi conto che dovunque erano crollate case, dovunque c’erano morti. E subito cominciò la solidarietà. A centinaia i giovani friulani partirono per i luoghi colpiti nel tentativo di salvare qualche vita umana. Si formarono squadre coordinate dai sindaci, dai Vigili del fuoco e dagli alpini della Julia. Nei paesi più segnati dalle scosse furono salvate vite umane, grazie al lavoro – a mani nude – di tantissimi volontari. Fu immediatamente avviata l’opera di smassamento di quello che restava delle case, dei fienili, delle stalle. Il giorno dopo lo Stato arrivò con Giuseppe Zamberletti, subito nominato commissario straordinario dal presidente del Consiglio Aldo Moro.
Il terremoto colpì oltre 120 comuni e un territorio di 3.000 km quadrati. In quegli istanti drammatici, la percezione dei vigili del fuoco fu immediata ed il Corpo oggi lo sottolinea in un approfondimento: “Sapevo che la lotta contro il tempo era iniziata” ricorda oggi Giorgio Godina, allora funzionario del Comando di Udine, “nonostante le persone già in salvo non sarebbero rientrate in casa per telefonare ai pompieri. Decisi che se non fossero giunte richieste di soccorso, saremmo stati noi a cercarle”. L’impatto con la realtà fuori dalla caserma di Udine fu brutale. I soccorritori si ritrovarono immersi in uno scenario apocalittico: “Mi colpì subito il buio profondo e la mancanza di energia elettrica; tutto era avvolto dalla spessa e sconfinata nube di polvere creata dai crolli. La presenza a terra di ruderi e grosse porzioni di case ingombrava le strade, rendendo quasi impossibile entrare nei centri abitati”. In quel “mondo rovesciato”, la squadra fu colta “da un intenso senso di sconforto, da un’angoscia profonda e da un sentimento di completa impotenza e grande vulnerabilità”.
Tra le testimonianze più toccanti resta il salvataggio di una bambina a Gemona (UD), individuata in condizioni di visibilità proibitive e così descritte sempre dal vigile del fuoco Godina: “La luce era scarsa e i miei occhi erano gonfi e irritati dalla polvere. Mi parve di scorgere uno straccio pendente dal tetto ma al tatto capii che si trattava di una lunga ciocca di capelli”. Avvicinandosi, il soccorritore intravide “un volto polveroso con due occhi spalancati, lo sguardo fisso di una bambina che piangeva in assoluto silenzio”. La piccola era rimasta bloccata sotto il peso di una trave in cemento armato; la squadra riuscì a tagliare la struttura e a portarla fuori attraverso un lucernaio. “Fu un momento di estrema gioia e soddisfazione”, conclude il racconto, “il nostro primo soccorso con esito favorevole, un episodio che ha segnato per sempre la mia vita professionale”.
La risposta del Corpo Nazionale fu massiccia, con 1.500 vigili del fuoco e 558 automezzi giunti da tutta Italia per scavare e assistere la popolazione. Il bilancio finale fu di 965 vittime, tra cui quattro vigili del fuoco che persero la vita in un tragico incidente in elicottero durante le operazioni, un sacrificio che resta parte integrante della memoria di questa terra.






