
“Anche se il mio percorso di vita trova ancora ostacoli, io continuo a combattere”
di Fernanda De Nitto
Ci sono storie e racconti di vita che più di altri lasciano il segno in coloro che li hanno vissuti e nelle persone che direttamente o trasversalmente hanno condiviso, collaborando o ostacolando, il percorso degli eventi. E’ questo il caso di Daniele Moruzzi, il pugile di Fiumicino, che nel ring della vita ha trovato la forza di combattere, letteralmente “cazzotto dopo cazzotto”, senza mai andare ko.
Daniele qual è la tua storia?
“Sono un ragazzo nato e cresciuto a Fiumicino, che ha sempre amato il pugilato, praticandolo dall’età di sedici anni e vincendo anche diversi incontri e riunioni. Purtroppo il percorso quasi lineare della mia vita si è bruscamente interrotto a luglio del 2020, quando in piena crisi pandemica, ho commesso un errore, per il quale ho pagato il mio conto con la giustizia. Ed oggi, dopo circa nove mesi dalla fine della pena, mi rendo ancor più conto che solo la grande pazienza, perseveranza e forza della mia compagna Loredana, dei miei figli, di tutta la mia famiglia personale e sportiva mi ha permesso di affrontare le mie lotte personali ed i miei obiettivi di riscatto”.
Come definiresti la boxe che è nel tuo dna ed è la tua essenza di vita?
“In una lettera che ho scritto dal carcere definisco il pugilato la ‘nobile arte’ proprio perché non è solo uno sport o semplicemente una disciplina che sviluppa muscoli e potenza; è, invece, insegnamento dell’arte del vivere. Sul ring della boxe, come sul ring della vita, ognuno è un combattente che deve imparare a dosare l’equilibrio tra la forza fisica e mentale, tra il coraggio e la paura, tra causa ed effetto. Ognuno sfida l’avversario, ma soprattutto se stesso, imparando a conoscere i propri limiti, cercando costantemente di superarli ed affrontarli a testa alta. Sul ring della vita, come nella boxe, può infatti succedere di tutto; alcuni eventi li subiamo, altri a differenza sono determinati dalle nostre scelte e mosse. Ma, in entrambi i casi, quel che conta è come lottiamo per affrontarli, per rimanere in piedi. Quel che conta è l’impegno e la passione che ci mettiamo ogni giorno per costruire il nostro successo e soprattutto il nostro futuro”.
Durante il periodo più difficile della tua vita, dove il ko poteva essere la soluzione più semplice, hai trovato da subito la forza di reagire. Qual’era il tuo obiettivo e come lo hai realizzato?
“Da uomo libero ho fatto tantissimi incontri, arrivando anche a concorrere per il titolo dell’Unione Europea. La stessa forza, se non maggiore, l’ho avuta durante la fase più complessa della mia vita, quando ho deciso di impegnarmi per realizzare un incontro di pugilato volto a testimoniare a tutti, il mio messaggio di speranza e di incoraggiamento. Decidere di combattere da un luogo di reclusione non era mai stato fatto prima ed, infatti, come tutte le novità, l’iniziativa ha creato scompiglio, con procedure burocratiche e legali che alla fine si sono rilevate impattanti con la mia richiesta. Nonostante i continui ganci destri che incassavo sono andato avanti con il mio obiettivo, trovando comunque tante persone disponibili e collaborative che mi hanno sempre sostenuto ed incoraggiato. Il mio obiettivo alla fine si è concretizzato il 26 maggio dello scorso anno, quando pagato il mio conto con la giustizia, ho potuto finalmente combattere su un ring vero. Per portare avanti il mio progetto e dare seguito a tutti i miei sacrifici mi sono rimboccato le maniche ed ho combattuto con le mie sole forze, rinunciando, nei primi momenti di libertà al calore familiare, per realizzare l’incontro. Il mio primo giorno di libertà l’ho dedicato, infatti, alla mia famiglia sportiva, alla mia amata boxe, mettendomi in gioco in prima persona non certo per desiderio di protagonismo, bensì per dimostrare che lo sport è salvifico, è impegno e dedizione. Tutti possiamo sbagliare ma con sacrificio, determinazione e tanto coraggio si può realizzare qualcosa di buono, anche dove sembra impossibile e la direzione più semplice sembra essere quella di abbandonarsi e smettere di lottare”.
Oggi come si sente Daniele? Quali sono le sue aspettative?
“Oltre che alla passione sportiva, negli anni, mi sono dedicato anche all’aiuto di tantissimi ragazzi speciali, creando nel 2019 l’Associazione ‘Bravi Ragazzi’, avente per finalità l’organizzazione e la diffusione di attività sportive dilettantistiche, iniziativa inclusiva che comprende diverse realtà sociali. Ancora oggi, in forma del tutto volontaria, mi occupo di loro divertendoci insieme a comprendere le regole della boxe. Speravo che i miei sacrifici potessero essere di esempio e aiuto per tante persone, ma oltre le molteplici delusioni ricevute dalle istituzioni, anche nazionali, il più grande sconforto arriva proprio dalla mia città. Sconosciuti, ‘amici’, amministratori, fino al primo cittadino, che mi hanno fatto i complimenti per il mio percorso, mi hanno dato ragione sull’importanza di una seconda possibilità, sul reinserimento nella società, soprattutto a livello lavorativo. Ma oggi, dopo circa otto mesi, tutte queste belle parole si sono dissolte, finendo un pò nel dimenticatoio. Riscontro, infatti, notevoli difficoltà nell’inserirmi in contesti lavorativi seri e concreti per garantire alla mia famiglia la dovuta e ricercata serenità. Ma anche se il mio percorso di vita ancora trova degli ostacoli io non scendo mai dal ring e continuo a combattere, come mi disse Papa Francesco durante la lavanda dei piedi, ad aprile 2022, “Con quel sorriso puoi fare tutto…non smettere mai sorridere“.