
La categoria sta attraversando grosse difficoltà nella cattura di vongole, telline e cannolicchi a causa delle tante prescrizioni
di Umberto Serenelli
Si arrendono i Consorzi di gestione dei molluschi bivalvi di Roma e Gaeta. Impotenti davanti alle innumerevoli problematiche della categoria, i due presidenti prendono carta e penna e scrivono al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste.
Nella comunicazione vengono illustrare le problematiche che affliggono gli operatori, oltre 100 armatori, e chiedono “l’arresto definitivo dell’attività di pesca” alle vongole, telline e cannolicchi. Il presidente del Co.Ge.Mo. Roma, Roberto Camerota, e quello del Co.Ge.Mo. Gaeta, Nicola Conte, evidenziano le difficoltà subentrate negli ultimi tempi con la riduzione delle aree di pesca per i molluschi. I divieti, infatti, costringono le draghe meccaniche, categoria che comprende anche le turbosoffianti, e quelle con i rastrelli a mano ad operare oltre i 600 metri dalla costa per motivi di tutela ambientale e di sicurezza della navigazione.
A questo si deve poi aggiunge che, su gran parte delle coste laziali è notevole la presenza di scogliere che non ne consentono la cattura. Nel lungo elenco delle limitazioni compare la riduzione del numero di giornate, gli orari di lavoro, i fermi biologici e il contenimento dei quantitativi da pescare.
Incide poi la presenza del micidiale granchio blu che continua a decimare la riproduzione dei molluschi, il cui calo assottiglia gli utili per le imprese costrette a aumentare i costi che si ripercuotono sugli acquirenti. Alla luce di queste premesse poco rosee, i due Consorzi propongono al Ministero di “aderire al programma di riduzione dello sforzo in mare mediante l’arresto definitivo con incentivi previsti dal quadro strategico nazionale per la pesca e l’acquacultura”.
L’attività legata alla cattura dei molluschi non ha più un futuro in Italia e gli operatori si vedono costretti, loro malgrado, a consegnare le licenze di pesca.
“Questa attività è diventata impossibile da svolgere – precisa Roberto Di Biase, socio del Consorzio che opera nel Compartimento di Roma – a causa dei troppi paletti e anche dalla scarsità del prodotto che ci obbligano a pescare alla profondità di oltre 10 metri, dove è raro trovarlo perché non è il suo habitat. Sono dell’avviso che serva uno studio mirato dei fondali perché quelli del mar Tirreno sono più profondi, almeno rispetto all’Adriatico e in base alla distanza dalla riva, ecco perché sul litorale laziale i molluschi li trovi a 4-5 metri, dove per la categoria è proibito operare”.
Le turbosoffianti non possono infatti scendere sotto le 0,3 miglia nautiche altrimenti i Gps, di cui sono dotate, segnalano l’infrazione alla Capitaneria di porto.
“Per tale motivo il quantitativo del prodotto che finisce nei rastrelli è poco per la richiesta del mercato soprattutto romano – conclude Di Biase – Questo comporta l’aumento dei prezzi al consumo nelle pescherie dove la presenza del cannolicchio diventa sempre più rara perché il bivalvo è una peculiarità del sabbioso litorale laziale in cui vive e si riproduce a circa 200 metri dalla battigia a noi interdetta”.






