
Il segretario di Azione Fiumicino interviene su lavoro, salari, disuguaglianze e riduzione dell’orario: “Il potere economico deve rimanere subordinato alla democrazia”
Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Gianmarco Irienti, Segretario di Azione Fiumicino, dedicato ai temi del lavoro, dei salari, delle disuguaglianze e del rapporto tra politica e potere economico.
“Bisogna tornare a fare una vera politica di sinistra. Non una politica fatta di slogan, demagogia e promesse elettorali, ma una strada chiara: sapere dove vogliamo arrivare e avere il coraggio di dire come intendiamo farlo”.
“Il primo problema è evidente: il potere economico sta assumendo un peso sempre maggiore rispetto alla capacità della politica di governare la società. Questo non significa considerare ogni imprenditore un nemico. Esistono aziende familiari costruite con sacrificio, capacità e lavoro, che rappresentano una ricchezza per il nostro Paese. Il problema nasce quando la ricchezza, soprattutto quella ereditata, diventa una rendita permanente e si trasforma nella convinzione di essere superiori a chi vive del proprio lavoro”.
“Non è una colpa nascere ricchi. È un problema quando la ricchezza diventa un lasciapassare per avere più diritti degli altri”.
“La sinistra deve quindi tornare a parlare innanzitutto di lavoro e salari. Gli stipendi devono aumentare significativamente. Un aumento del 50% è un obiettivo ambizioso, ma il principio deve essere chiaro: una parte maggiore della ricchezza prodotta deve tornare a chi contribuisce concretamente a produrla”.
“Un lavoratore che guadagna di più non sottrae semplicemente denaro all’economia: lo rimette in circolo. Può pagare un mutuo, sostenere la propria famiglia, consumare, praticare sport, viaggiare e investire nel futuro”.
“Il denaro nelle tasche dei lavoratori non scompare: circola. In termini semplici: se un lavoratore riesce finalmente a comprarsi una casa mentre un erede di un grande patrimonio deve rinunciare magari a una Ferrari, non siamo davanti alla fine dell’economia. Stiamo semplicemente redistribuendo una parte della ricchezza”.
“E poi c’è il tema del tempo. Il progresso tecnologico dovrebbe permetterci di produrre di più lavorando meno, non di lavorare sempre di più. Per questo dobbiamo iniziare a discutere seriamente di una progressiva riduzione dell’orario di lavoro, arrivando, dove le condizioni produttive lo consentano, anche a sei ore giornaliere”.
“Il progresso non dovrebbe servire soltanto a produrre più ricchezza. Dovrebbe servire anche a restituire più vita. Più tempo significa più famiglia, più sport, più relazioni, più cultura e maggiore possibilità di prendersi cura della propria salute”.
“Da chi si occupa di salute, vedo quanto stress, sedentarietà e cattivi stili di vita siano spesso collegati anche alle condizioni economiche e lavorative. Non possiamo continuare a dire alle persone di vivere meglio senza chiederci se la società permetta loro di farlo”.
“La vera sinistra dovrebbe quindi ripartire da pochi principi: salari più alti, meno disuguaglianze, maggiore potere contrattuale per chi lavora, una fiscalità più equa, più tempo libero e uno Stato capace di impedire che il potere economico diventi più forte della democrazia”.
“Non dobbiamo combattere contro chi possiede un’impresa. Dobbiamo combattere contro l’idea che chi possiede capitale debba avere automaticamente più diritti di chi possiede soltanto il proprio lavoro”.
“Il problema non è che qualcuno abbia una Ferrari. Il problema è che qualcuno possa averne dieci mentre un lavoratore, dopo una vita di lavoro, non riesce ad avere una casa”.
“Questa dovrebbe essere la nuova battaglia della sinistra: non una guerra contro i ricchi, non la politica dell’invidia, ma la costruzione di una società nella quale la ricchezza sia compatibile con la dignità e il potere economico rimanga subordinato alla democrazia. Perché non deve essere il mercato a decidere quale società vogliamo. È la società, attraverso la democrazia, che deve decidere quale economia vuole costruire”.






