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Mediterraneo al limite, Marevivo: “Vicini alla soglia critica per biodiversità e habitat marini”

Temperature oltre 4 °C sopra la media degli ultimi quarant’anni: cresce il rischio per gli ecosistemi, aumentano gli eventi estremi e si rafforza l’appello ad accelerare le politiche di tutela e adattamento.

 

Di Dario Nottola

 

Il Mar Mediterraneo continua a scaldarsi a ritmi preoccupanti. Le temperature superficiali del mare hanno raggiunto valori superiori di oltre 4 °C rispetto alla media degli ultimi quarant’anni, confermando una tendenza che sta trasformando profondamente uno dei mari più ricchi di biodiversità del pianeta. A lanciare l’allarme è Fondazione Marevivo, che richiama l’attenzione sugli effetti sempre più evidenti del riscaldamento del mare: perdita di biodiversità, alterazione degli ecosistemi, diffusione di specie tropicali, riduzione dell’ossigeno nelle acque profonde e aumento della frequenza di eventi meteorologici estremi.

 

Il Mediterraneo sta progressivamente perdendo le caratteristiche di mare temperato. Le specie adattate alle acque più fredde sono in regressione, mentre avanzano quelle tipiche dei mari caldi e tropicali. L’innalzamento delle temperature interessa anche gli strati più profondi della colonna d’acqua, provocando fenomeni di mortalità tra organismi particolarmente sensibili, come le gorgonie. Parallelamente, la diminuzione della formazione di acque profonde nel Golfo del Leone, nel Nord Adriatico e nel Nord Egeo riduce il trasporto di ossigeno verso gli abissi, mettendo a rischio gli ecosistemi profondi. Lo stesso processo interessa anche gli oceani, dove lo scioglimento dei ghiacci polari sta alterando la circolazione termoalina. Il Mediterraneo rappresenta, in questo senso, un laboratorio naturale in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano con particolare anticipo.

 

Il riscaldamento del mare ha ripercussioni anche sul clima, sia perché assorbe il 90% del calore atmosferico, sia perché l’aumento dell’evaporazione alimenta eventi meteorologici estremi, con piogge intense e alluvioni che seguono lunghi periodi di siccità. La cosiddetta tropicalizzazione del Mediterraneo è ormai una realtà consolidata. Anche specie simbolo del nostro mare, come la Posidonia oceanica, dal 2024 hanno iniziato a mostrare segni di sofferenza: dopo anni di fioriture favorite dall’aumento delle temperature, si osservano fenomeni di sbiancamento dovuti allo stress termico, analoghi a quelli che colpiscono le barriere coralline tropicali.

 

“Il riscaldamento così repentino del Mediterraneo si verifica perché si tratta di un bacino semichiuso. Il periodo più critico deve ancora arrivare – spiega il Prof. Roberto Danovaro, membro del Comitato Scientifico di Marevivo. – Tra luglio e agosto può ancora raggiungere o superare la soglia critica dei 30-31 °C. Oltre questo limite si entra in una condizione di forte stress termico che può innescare fenomeni di moria diffusa della fauna marina”.

 

Uno scenario simile si era già verificato nell’estate del 2024, quando il forte riscaldamento e la riduzione dell’ossigeno disciolto provocarono estese morie di piccoli crostacei, granchi, cozze, organismi bentonici e della stessa Posidonia oceanica.

 

“Le ondate di calore, sempre più frequenti e intense a causa dei cambiamenti climatici, mettono a rischio anche gli interventi di ripristino degli habitat marini – sottolinea il Prof. Danovaro. – Per questo motivo, le operazioni di restauro ecologico devono essere accompagnate da adeguate strategie di conservazione preventiva e dall’individuazione dei cosiddetti rifugi climatici, dove le temperature si mantengono equilibrate. In particolare, è fondamentale preservare in laboratorio gli organismi e i materiali biologici destinati ai progetti di ripopolamento e restauro, così da evitare che vengano danneggiati dagli eventi climatici estremi”.

 

“Quando si parla di cambiamenti climatici si pensa soprattutto agli effetti più evidenti, ma si presta meno attenzione alle specie che sostengono il funzionamento degli ecosistemi. Nel Mediterraneo le foreste marine di Cystoseira stanno scomparendo, con gravi conseguenze per la biodiversità. Il cambiamento climatico è una delle cause principali, ma agisce insieme ad altre pressioni, come l’inquinamento, i pesticidi e il degrado degli habitat, accelerando questi processi – afferma la Prof.ssa Simonetta Fraschetti, membro del Comitato Scientifico di Marevivo. – Le lunghe serie temporali raccolte con metodi standardizzati mostrano cambiamenti profondi anche in molti altri organismi marini. Per questo il monitoraggio a lungo termine e la condivisione dei dati sono oggi una priorità della ricerca europea. In questo contesto, le Aree Marine Protette, pur non potendo fermare il cambiamento climatico, aumentano la resilienza degli ecosistemi e ne rallentano il degrado”.

 

Le evidenze scientifiche confermano la necessità di accelerare le politiche di mitigazione e adattamento, rafforzare la tutela degli ecosistemi marini e costieri e investire nella transizione ecologica. “Se cambia il Mediterraneo, cambia anche il nostro futuro”, sottolinea Marevivo.

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